Gruppi Archeologici della Campania



Gruppi Archeologici d'Italia – volontariato per la tutela e la valorizzazione dei BB.CC.

Spazio web a cura del Comitato Regionale della Campania dei Gruppi Archeologici d'Italia O.N.L.U.S.

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GRUPPO ARCHEOLOGICO
TERRA DI PALMA


L'acquedotto Augusteo

 

L’Acquedotto Augusteo è senza dubbio l’opera più importante costruita dai Romani in Campania, con uno sviluppo di circa 92 Km. Aveva inizio da Serino, dove captava le acque dalla sorgente Acquara (Fons Augusteus); passava interrato fino a Mercato di Serino, attraversava la vallata su di un pontecanale dirigendosi verso Aiello, da dove proseguiva scavato nella roccia, sotto il Piano di Forino per Perduro e Pandula. Lasciava a sinistra San Severino, passava sotto Tor di Marcello e Castel San Giorgio e proseguiva per Taverna di Lazzaro e la Serra di Paterno; poi lungo la collina passava al di sopra di Sarno, giungeva ad Episcopio e proseguiva per Palma.


 Numerosi ruderi si possono ammirare lungo il tratto che va da Sarno a Palma, ad esempio in località Mura d’Arce  alla base della località Pestelloni .

Il tratto da Serino a Palma suscita grande interesse per la disuniformità della costruzione, in contrapposizione agli altri acquedotti romani, che si sviluppano secondo un unico schema architettonico. Coesistono, infatti, lo schema condotta poggiante su archi i cui piloni in alcuni punti sono rinforzati da contrafforti a scarpa e quello a muratura piena, interrato, con sviluppo non lineare ed a gomito.

L’adozione di questo ultimo accorgimento tecnico fu dettato dall’instabilità dei terreni attraversati, soggetti a fenomeni di cedimento alla base dei versanti, per la presenza di una fitta rete di impluvi.

Nel canale della condotta principale l’acqua defluiva a pelo libero, per gravità, in uno speco (ductus) a sezione rettangolare di 2,10 metri di altezza per 0.82 metri di larghezza e tale sezione è tra le più grandi delle altre similari realizzate in Italia dai Romani. Il canale è pavimentato da un massetto in cocciopesto di spessore medio di 10 cm., le pareti laterali (spalle)  sono in laterizi ed alla sommità la copertura è all’interno a spiovente, realizzata con tegole del tipo bipedale, all’esterno a botte. Lo speco è all’interno ricoperto da intonaco di cocciopesto dello spessore medio di 2-3 cm ed è all’esterno annegato completamente in un masso a getto di pietre calcaree cementate da malta. Il rivestimento che racchiude la struttura in alcuni tratti è in opus reticulatum ed in altri in opus latericium. La tecnica ad opus reticulatum, con il paramento di piccoli cunei di tufo con base quadrata, disposta all’esterno, ed a filari regolari inclinati a 45°, è attribuibile alla fine dell’Età Repubblicana ed in Campania è stata adottata in diverse opere realizzate in Età Augustea  nell’Area Flegrea.



La costruzione con paramento in  opus latericium, nel caso specifico i mattoni all’interno hanno forma triangolare per meglio ammorsarsi al nucleo in pietre calcaree cementate con malta, è stata largamente utilizzata in piena età imperiale.

Molto probabilmente la condotta con paramento in opus reticulatum rappresenta il percorso originario dell’acquedotto, mentre  la condotta con paramento in  opus latericium testimonia che in epoca successiva l’opera ha subito interventi di restauro, forse per danni causati da fenomeni occasionali che in alcuni punti ne hanno determinato persino la ricostruzione e, forse, modifiche del percorso originario .

Subito dopo il pontecanale della località Mura d’Arce l’acquedotto non è più visibile. Poco prima di questa località esso si divideva in due rami: uno proseguiva sul pontecanale; l’atro costeggiava la collina. Si pensa che il tracciato originario fosse il secondo, ma, a causa dell’instabilità dei terreni, sia stato modificato con l’adozione del pontecanale. Infatti, poco dopo il Vallone del Monaco, entrambi confluiscono in un unico condotto.

Si ritiene che esso prosegua, interrato, fiancheggiando le colline che si trovano nel territorio di Palma fino alla località Torricella, dove sono ancora visibili nella proprietà Iervolino a ridosso di una villetta rustica alcuni ruderi appartenenti all’antico acquedotto e che giustificano il toponimo .

Da questa località, come testimonia l’Architetto Felice Abate, incaricato del restauro dell’acquedotto, sembra che il condotto si diriga verso ovest e, attraversati i territori di San Gennaro Vesuviano, Piazzolla, lasciando sulla destra Nola e Saviano, passando per la masseria De Martino, S. Maria del Pozzo, la masseria San Sossio, sempre interrato fino alla masseria La Preziosa, proseguiva su archi fino a Pomigliano, Casalnuovo, Afragola, San Pietro a Patierno e San Giuliano, dove è ancora visibile in località Ponti Rossi.

Da questo punto passava interrato sotto la collina per San Eframo, Santa Maria delle Vergini fino a Sant’Agnello. Qui l’acquedotto di divideva in due tronchi:  uno serviva la città di Napoli per la porta di Costantinopoli e giungeva in località San Patrizia; l’altro passando alla base di S. Elmo si dirigeva verso Chiaia, giungeva alle Terme di Agnano e proseguiva, passando a monte di Bagnoli, per Pozzuoli ed aveva termine alla piscina Mirabile di Bacoli.

Infatti, l’acquedotto, oltre a fornire l’acqua ai territori attraversati, aveva l’importante funzione di assicurare l’approvvigionamento idrico alla flotta romana, ancorata nel porto di Miseno. E’ da presumere che la sua costruzione sia collegata alla realizzazione delle opere portuali promosse da Augusto nell’area flegrea .

Diversi studiosi definirono Claudio questo acquedotto, tratti in inganno dal rinvenimento nei pressi di Baia di alcune fistulae plumbee con il nome di tale imperatore.

Alla esatta definizione di “Fontis Augustei Aquaeductus”  ha dato un notevole contributo lo studio del Prof. Italo Sgobbo, pubblicato in Notizie Scavi: “l’Acquedotto Romano della Campania”. 


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Ultima modifica: 13/11/2004, 10.46.40 webmaster: Antonio Sarracco G.A.Calatino Maddaloni